2004 Il dialetto solo lingua dei padri?

Il dialetto solo lingua dei padri?

Se n’è discusso nel corso di un convegno organizzato dal Centro studi Bruttium
di Franca Fortunato – Il Domani – 10 febbraio 2004  

DIALETTO solo lingua dei padri? È stato il tema intorno a cui hanno discusso il professore Luigi Lombardi Satriani, il dirigente scolastico Franco Graceffa, l’ex – provveditore agli studi Antonio Anzani, lo storico Ulderico Nisticò e il poeta dialettale Mario Martino, all’iniziativa, organizzata dal Centro studi Bruttium e patrocinata dall’Asessorato regionale alla Pubblica Istruzione e alla Cultura.

La conferenza è stata introdotta dal professore Raoul Elia, vicepresidente del Centro, il quale ha messo subito sul tappeto le questioni essenziali su cui si sono, poi, soffermati, i vari relatori , quali l’interrogativo se il dialetto si sta perdendo o no, se può essere considerato uno strumento per comunicare con le nuove generazioni o solo un monumento da custodire da parte degli studiosi di linguistica, come salvaguardare una lingua che si sta perdendo e che segna l’identità calabrese e infine se è possibile una grammatica del dialetto.

Che una grammatica del dialetto sia possibile lo ha dimostrato il professore Vincenzo Crispino con il suo libro, alla sua seconda ristampa, dedicato appunto alla “Grammatica dei dialetti“, perché – come ha spiegato il dottore Anzani, autore della prefazione al libro «non di dialetto si deve parlare ma di dialetti, che l’autore raggruppa in tre aree quali la cosentina, la catanzarese e la reggina.
In ognuna di queste aree esiste un’estrema varietà linguistica e fonetica che tocca anche i quartieri di una stessa città, come a Catanzaro».

Ma quale rapporto tra dialetti e lingua italiana? E quale lingua italiana?

«Di fronte alla massificazione della lingua imposta dalla televisione– ha sostenuto Anzani – è importante salvaguardare la propria individualità linguistica, lasciando che i dialetti vivano accanto alla lingua madre e da questo punto di vista interessante e la sistemazione grammaticale del dialetto fatta dal professore Crispino».

Ed è proprio sul rapporto tra l’italiano e i dialetti e su come salvaguardare il dialetto quale elemento di identità di un popolo, che si sono soffermati tutti i relatori. 

II consigliere regionale di An, Egidio Chiarella, ha comunicato che anche la Regione Calabria sta predisponendo leggi per salvaguardare il dialetto e le tradizioni popolari, introducendo l’insegnamento della lingua dialettale nelle scuole. Premesso che il dialetto, come ogni lingua, ha una sua storia e quindi una sua nascita in un determinato contesto storico – sociale, sia lo storico Nisticò che il professore Lombardi Satriani si sono trovati d’accordo nel sostenere che la venuta meno del contesto agricolo – pastorale e artigianale in cui il dialetto è sorto, ha potato a una contrazione linguistica ma questo non significa che tutto è perduto ma che può essere un pericolo per la sua scomparsa. «Già, molte espressioni, legate all’esperienza, di una determinata classe sociale quali i marinai o i contadini- ha sostenuto Nisticò – si sono perse e forse l’arcaicità del nostro dialetto è l’ostacolo alla sua sopravvivenza»
«Esisterà – si è chiesto lo studioso – un dialetto moderno? Cosa dobbiamo fare per salvarlo?».
«Non certamente delle leggi – ha concluso Nisticò – che facciano del dialetto una materia d’insegnamento. II dialetto è una lingua dialogica e sopravviverà fino a che sopravviverà la Calabria».

«Ma, in una società globalizzata, riproporre il dialetto come possibilità futura è un rischio – ha sostenuto il professore Graceffa – e la sua salvaguardia passa solo attraverso gli uomini di cultura che devono trovare un modo di confrontarsi per tutelare il dialetto ricostruendone la storia. Una storia e una cultura che vanno conservati». Dunque il dialetto come oggetto storiografico può avere un futuro? La risposta del professore Satriani è che questo futuro dipende dai calabresi e non solo dai politici che possono pure legiferare e introdurre l’insegnamento della lingua a scuola ma è «la borghesia calabrese che deve smettere di vergognarsi di parlare in dialetto perché vittima del pregiudizio che questa sia la lingua delle classi subalterne e popolari da cui distanziarsi per un riscatto sociale. Il dialetto può rinnovarsi, caricarsi di significati e termini nuovi e tutti possono contribuire a salvarlo».

«Salvaguardare il dialetto – ha sostenuto il poeta catanzarese Martini – significa anche sostenere politicamente ed economicamente iniziative e compagnie teatrali in vernacolo, riconoscere le qualità di artisti dialettali e non, come fanno gli amministratori di Catanzaro, favorire solo artisti nazionali» .

Dibattito interessante quello tenuto al centro Bruttium, che ha lasciato, giustamente, aperte tutte le questioni. Alla fine della conferenza, che è stata coordinata dal giornalista Orlando Rotondaro, a tutti i partecipanti è stato dato in dono il libro del professore Crispino.

Franca Fortunato


Prendendo spunto dalla “Grammatica vernacolare” di Vincenzo Crispino, il Centro Bruttium ha intavolato un dibattito sulle tradizioni

II dialetto calabrese come lingua viva

Una parlata che ha bisogno di essere storicizzata conservando le matrici di naturalezza

 di Giusy Armone (Il Domani – 10 febbraio 2004 )

Dialetto solo lingua dei padri? È ancora possibile pensare al dialetto come ad una lingua viva, o è giusto rassegnarsi alla sua inesorabile scomparsa? 

Nell’era della globalizzazione, momento in cui anche i linguagstanno subendo l’omologazione e scienze informatiche e multimediali si stanno facendo strada a scapito di altre, imponendo pure terminologie che le contraddistinguono, si può pensare di poter difendere e salvare ciò che rappresenta il nostro essere calabresi e catanzaresi in particolare?

Ebbene a fronte di tutti questi interrogativi e prendendo spunto dalla “Grammatica dei dialetti“, guida alla conoscenza ed alla comprensione dei dialetti calabresi di Vincenzo Crispino, il Centro Studi Bruttium ha pensato di intavolare un dibattito per cercare di capire quale sarà il futuro delle nostre tradizioni vernacolari, facendo luce sulle motivazioni che hanno portato all’uso del dialetto, nei secoli, e sulle cause che stanno generando la sua scomparsa. 

Il volume del professore Crispino vede in questi giorni la luce della sua seconda edizione, dato l’interesse scaturito dal suo importante contenuto, valore riconosciuto non solo dagli italiani in patria ma anche da quelli che vivono in Germania, in Canada e in Australia, e del suo rilevante significato ha ampiamente parlato il Provveditore agli Studi di Catanzaro, Antonio Anzani, che ha messo in evidenza come «la nuova edizione dimostra che fautore ha continuato a studiare l’oggetto della sua ricerca, ad approfondirlo e a sistematizzarlo, e conducendo un’accurata revisione di carattere scientifico e letterario, ha dimostrato un grande impegno scientifico e culturale».

«Il mondo della politica purtroppo qualche volta “cade” su questi argomenti – ha detto Egidio Chiarella, presidente per il comitato di gestione per il volontariato per la regione Calabria – è necessario quindi riflettere sulle cose che ci appartengono e che rappresentano le radici del nostro sapere»

In totale accordo con il precedente relatore ma sostenendo tesi che “non è assolutamente possibile pensare di insegnare il dialetto a scuola, riciclando magari in questo ruolo qualche professore che sta per perdere il suo posto“, il saggista e storico, Ulderico Nisticò si è posto la domanda “Parleranno ancora dialetto i nostri nipoti? “. Difficile, quasi impossibile, dare una risposta ma certo è che «farà resistenza alla modernità e sopravvivrà fin quando ci sarà la Calabria, a patto che, in quanto farfalla, volerà, conservando le matrici di naturalezza e spontaneità del suo carattere dialogico». 

«Forse è un rischio riproporre il dialetto come lingua futura ma certamente ha bisogno di essere storicizzato come risorsa fotografata diacronicamente – ha detto lo storico e saggista, Franco Graceffa -. La cultura ha bisogno di manifestazioni proprie del luogo e bisogna pensare al dialetto come ad una lingua viva, sinonimo di metaforizzazione di ogni singolo individuo». 

Uno dei principali motivi che sta contribuendo alla scomparsa del gergo dialettale è sicuramente il senso di vergogna che alcuni catanzaresi nutrono nei confronti di questa tipica parlata, ai quali sembra sinonimo di appartenenza alle classi sociali più basse. Su questo handicap della sua divulgazione ha fatto riflettere lo scrittore e poeta vernacolare Mario Martino, tesi questa sostenuta in pieno dal docente di Antropologia dell’università La Sapienza di Roma, Luigi Lombardi Satriani, il quale ha messo in evidenza come questo difetto comportamentale appartenga soprattutto a quegli individui appartenenti alla piccola borghesia intenti nell’ascesa sociale che, nel tentativo di staccarsi dagli strati popolari e convinti di un malinteso senso di superiorità, non comprendono come il registro dialettale sia stato nel corso della storia dell’uomo, il codice comunicativo preferito dalle classi più elevate. « Il dialetto era considerato l’arma più efficace per eliminare il “buzzurrume che appesta” – ha detto il docente citando un antico testo scritto a sfavore dell’italofonia – ma adesso è triste pensare che espressioni che si riferivano a contesti precisi siano adoperate unicamente come “relitti” di un continente scomparso. Non è giusto abbandonare il dialetto quando l’alternativa è solo un italiano televisivo, segno di un intrinseco impoverimento culturale, o uno subalterno e poco critico. Esso non deve essere condannato alla vita dei padri o degli studiosi, ma deve caricarsi di nuovi adeguamenti terminologici, adatti a situazioni e condizioni diverse».


 

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