LO SPIRITO DEL TEMPO di Milena Manili

LO SPIRITO DEL TEMPO

Il tempo scorre, ma mai invano, per il Filosofo(Esergo)

Prima Parte:

Zeitgeist. Un accenno filosofico

Vorrei introdurre questa prima parte dell’Articolo, relativo alla Rassegna “Lo spirito del tempo”, con un accenno filosofico al concetto che mi ha ispirato.
Filosoficamente parlando, nel corso del tempo si consolida lo Spirito che ha caratterizzato un’epoca, cioè il Sistema di pensiero “culturalmente” dominante.
Almeno così lo intese, per la prima volta, il filosofo tedesco G.W.F. Hegel che, nella Fenomenologia dello Spirito (1807) interpretò lo Zeitgeist (lo Spirito del tempo) della sua epoca, con un sentimento di profonda instabilità ed inquietudine. Lo Spirito del tempo è per lui la trama della Storia e, contemporaneamente, esso è la coscienza che gli individui (incarnati in determinate figure storiche) vanno maturando dentro di sé: la coscienza di vivere in un determinato spazio-tempo, che non è lineare rispetto alle loro idee, ma pone di fronte ad esse una articolata “controparte”; questa comprende la struttura dell’intera società, delle sue Istituzioni, dei loro rappresentanti. Hegel sostiene che nella realtà fenomenica si rivela, indefinitamente, una tendenza storica a sintetizzare lo Spirito Soggettivo e lo Spirito Oggettivo in una costruzione culturale, definita Spirito Assoluto (che si manifesta nei fenomeni dell’Arte, della Religione, della Filosofia). La razionalità umana è indotta, dalla sua propria natura, a giustificare gli accadimenti, in quanto manifestazioni necessarie di una “ragione storica” intrinseca: una ragion d’essere che, “dialetticamente”, cioè attraversando conflitti e situazioni contrapposte, giunge a completare il proprio destino, la propria tradizione. Sostanzialmente, esisterebbe una Ragione superiore a quella dei singoli individui, della collettività e dello Stato, che incarna negli uomini e nelle loro imprese una universale “Astuzia della ragione”: termine adatto a ricomporre ogni contraddizione apparente, all’insegna di un infinito ed universale Finalismo. In estrema sintesi: Lo Spirito è la ragione immanente dell’esperienza umana. Il Tempo è la dimensione esteriore in cui si esprime lo Spirito.
Ad un paio di secoli di distanza, ritroviamo una temperie abbastanza simile a quella formulata da Hegel coi termini “instabilità e inquietudine”. A questo punto, potremmo domandarci: Qual’ è la ragione che oggi domina lo Spirito del tempo?
Dovremmo prima di tutto affermare che comprendiamo bene lo spirito del tempo presente e che ciò che sta avvenendo nella società della globalizzazione abbia una interna “ragione di esistere”, o forse un imprescindibile “principio dominante”?. Dovremmo inoltre essere capaci di ricavarne, filosoficamente parlando, un significato universale, o almeno una definizione di senso, rispetto ad un paradigma stabilito. Di fatto, non tutto ciò che consideriamo reale è razionale; a rigore di logica, non possiamo neanche considerare razionale il nostro modo individuale di cogliere la portata degli eventi.
A livello mondiale, la situazione delle società complesse si è ulteriormente aggravata, a causa dell’imprevedibilità delle tragedie che colpiscono le collettività umane, ma anche a causa della provvisorietà delle politiche e della profonda insicurezza, sociale e sanitaria, in cui versano le nostre condizioni di vita.
I legami sociali si sono sfaldati ed il nostro sistema di pensiero non è più in grado di controllare l’invadenza dell’info-sfera o di motivare la contraddittorietà dei social media, sia sul piano scientifico che su quello umanistico, dove l’eccesso di dati-informativi ha stroncato la possibilità di un approccio filosofico alla realtà che stiamo vivendo.

“Si è fatta più complessa la collaborazione tra la ‘talpa’ della storia che scava, e la ‘civetta’ della filosofia che interpreta. D’altra parte, le risposte del ripiegamento nazionalistico e dei suoi derivati (populismi, plebiscitarismi…) sono pericolose e non fanno che rinviare quelle più adeguate e congruenti con i valori positivi della modernità: la mondializzazione, l’inclusione, la giustizia sociale, la democrazia costituzionale, la libertà individuale responsabile. Ma chi vuole perseguire questa strada deve fare i conti con lo Spirito del tempo, che soffia contro i diritti e il progresso”.
(F. Baratelli)

D’altra parte, la realtà che oggi ci sovrasta non deve essere sopravvalutata nella sua effettività.
La condizione umana, esasperata nell’era della globalizzazione, tradisce le derive del pensiero debole, tra cui la caduta del senso della responsabilità umana di fronte alla catastrofe ecologica; la fallacia dei provvedimenti “scientifici” di fronte al danno esistenziale.
Tuttavia una sana filosofia ci aiuterebbe a pensare che gli ingenti danni provocati dalle pandemie non sono degli “a-priori irreversibili”: le disgrazie sono comunque frutto dei nodi irrisolti della nostra storia; strascichi di teorizzazioni mai messe in discussione, che tendono a degenerare in una sostanziale perdita di controllo, della mente e della volontà umana: di fronte ad uno Spirito del tempo che, forse, dev’essere ancora completamente “smascherato”.


Seconda Parte:

Difendersi con l’arte

Per introdurre questa seconda parte dell’Articolo, relativo alla Rassegna “Lo spirito del tempo”, prendo a prestito il titolo di un libro dell’artista Joan Mirò, “Lavoro come un giardiniere”.
Questo piccolo ma sostanzioso testo di Mirò raccoglie i suoi “Appunti di lavoro”: tra di essi ho scelto di citare una sua particolare riflessione che, a mio parere, spiega sinteticamente il valore che un artista puro ha attribuito alla propria percezione, quasi “minimalista”, del mondo.
Per me un oggetto è vivo. Questa sigaretta, questa scatola di fiammiferi contengono una vita segreta molto più intensa di quella di certi esseri umani.
Quando vedo un albero provo una violenta emozione, come se fosse qualcosa che respira, che parla. In un certo senso anche un albero è umano. […]
Considero il mio studio come un orto. Laggiù ci sono dei carciofi. Qui delle patate. Bisogna tagliare le foglie perché crescano i frutti. A un certo momento bisogna potare.
Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, per esempio, non l’ho certo scoperto di colpo. Si è formato quasi mio malgrado. […]
Il surrealismo mi è piaciuto perché i surrealisti non consideravano la pittura fine a se stessa. La cosa importante, infatti, non è che un dipinto rimanga tale e quale, ma che lasci dei germi, che sparga dei semi da cui nascano altre cose. […]
Ma per diventare veramente un uomo bisogna liberarsi del proprio falso io. Nel mio caso bisogna smettere di essere Mirò, vale a dire un pittore spagnolo appartenente a una società delimitata da frontiere ben precise, da tutta una serie di convenzioni sociali e burocratiche.
In altri termini bisogna andare verso l’anonimato. […] Perché? Perché un gesto profondamente individuale è anonimo; e in quanto tale consente di giungere all’universale, ne sono sicuro; più una cosa è locale, più è universale. Donde l’importanza dell’arte popolare: vi è una profonda affinità fra gli zufoli maiorchini e gli oggetti greci.
La pittura murale mi tenta perché esige l’anonimato, perché ha un contatto diretto con le masse e perché svolge un ruolo importante nell’architettura”. […]
La produzione artistica è, in definitiva, indiscutibilmente per chi l’abbia sperimentata, uno dei mezzi per svelare queste strutture interne inconsce e per canalizzare determinati impulsi, determinate emozioni.
D. Pagnoncelli, noto interprete dell’opera di Mirò, sostiene che “l’artista può insegnarci cinque cose: in primis, a ragionare meno e a sentire di più; ad essere connettivi con tutto ciò che ci circonda, perfino con un filo d’erba avviene la connessione con la natura e il cosmo; in terzo luogo la capacità di mantenere la nostra identità con determinazione; ci suggerisce maniere differenti di guardare il mondo attraverso connessioni profonde; in ultimo ci insegna che l’arte può essere terapeutica”.
L’attività artistica ci può aiutare a superare le distanze, poiché l’arte, ovvero ogni “genere artistico” (letteratura, pittura, poesia, scultura, architettura, musica) è un grande interprete della realtà e del modo in cui noi stessi possiamo percepire le nostre assenze e le nostre presenze nel mondo.
Durante il “lockdown” ci siamo limitati a guardare il mondo dalla visuale ristretta del nostro rione e della nostra casa.
A tarda sera passeggiavo all’interno di un vecchio cortile del centro storico cittadino: osservavo le piante, superstiti di una natura che ci diventa sempre più estranea, a volte antagonista. Si dice che questo sia il risultato di in continuo sfruttamento dell’ambiente, che vorremmo piegare al nostro egoismo, tecnicizzando gli strumenti necessari, ricavando prodotti per un’industria sempre più fiorente.
Dunque siamo diventati dei manipolatori e degli sperimentatori folli, che, giustificando la tecnica come metodo applicativo della scienza, vanno a scandagliare i più riposti segreti della natura, sia essa vegetale o animale.
Questo sarebbe il motivo per cui la natura si ribella all’uomo.
In questi tempi di clausura forzata abbiamo certamente rallentato la nostra vita frenetica, la corsa affannata verso obiettivi materiali e competitivi, ed avremmo avuto il tempo di guardarci allo specchio, di riconoscerci in esso: a guardare bene, non siamo proprio in forma; sembriamo demotivati e carenti di energie, come se la paura di uscire allo scoperto ci avesse privato della nostra linfa vitale: non soltanto perché la pandemia ha ridotto le possibilità di contatto fisico tra le persone, ma anche per la perdita di un originaria “sintonia” tra noi viventi e la natura circostante.
Io penso che, ad una certa distanza, molte cose si possano comprendere meglio. E molti problemi si possano risolvere. Primo fra tutti, quello dell’ecosistema e della apertura di possibilità, da parte del genere umano, di non limitarsi a trovare espedienti e “rimedi” di dubbia efficacia ai fini della sola sopravvivenza, ma di tornare alla genuinità di certi rapporti con il proprio “habitat” e riscattare le proprie colpe.
Laddove la politica e la scienza non riescano a lavorare in sinergia, sembra plausibile, e necessario, che l’uomo si assuma, individualmente e collettivamente, le proprie responsabilità di fronte alla vita che scorre. La creatività umana può essere, sotto qualunque declinazione, una forma di resilienza di fronte alle sfide che lo spirito del tempo ci impone.
Faccio seguito a questo breve preambolo, riportando alla luce un Abstract del mio libro “L’arte, tra natura e cultura” (InfapEditor 2005) disponibile presso il mio Studio.
Per me l’Arte è come una Mappa dell’esistenza e le opere sono dei territori da esplorare, per ritrovare i propri percorsi, per curare le proprie ferite, ma anche per scoprire delle traiettorie comuni.

“L’Arte è un terreno di contaminazione: Non in senso medico, ovviamente, ma in quanto punto di convergenza di diversi saperi e spunti creativi. Possiamo parlare di “terapia” dell’Arte, nella misura in cui il “Fare Arte” restituisce benessere alla persona, quando versa in condizioni di fragilità e di disagio. Nella moderna medicina psicosomatica, il concetto di benessere corrisponde ad un equilibrio dinamico del corpo e della mente. Benessere che parte dai bisogni primari dell’individuo, si nutre di motivazioni profonde, muove alla realizzazione di una personale armonia delle emozioni e delle azioni. E’ ovvio che chi avverte un malessere fisico abbia bisogno di una cura per il corpo, ma è altrettanto legittimo che chi avverte un disagio, più o meno fisico, cerchi anche una cura per l’anima. Quasi sempre la malattia si accompagna con una profonda sofferenza psicologica, spesso con un senso di profonda solitudine.
E’ difficile oggi riconoscere i nostri reali bisogni, ed i nostri desideri più autentici sono spesso messi da parte, per affannarsi a soddisfare le esigenze pratiche di tutti i giorni.
Prendersi cura di sé stessi vuol dire educarsi ad esercitare la mente, oltre che ad ascoltare le necessità del corpo, perché la persona è un intero, in cui le due interfacce della nostra esistenza devono interagire tra loro, in termini di salute, senza escludere il fatto che ognuno di noi abbia anche un’anima.
Non si possono certamente eliminare le circostanze sfavorevoli, ma è possibile rielaborare le avversità e reagire ad esse, utilizzando i lati positivi del nostro essere e dei nostri talenti, per modesti che siano. Chi ama la pratica delle Arti troverà in esse un grande beneficio, sviluppando metodi per dare spazio ai sentimenti ed alle emozioni, lasciando fluire positivamente l’energia vitale di cui disponiamo”.

 


Terza Parte:

E’ tempo di viaggiare

E’ tempo di viaggiare. Viaggiare dentro noi stessi: predisporre una “Mappa” per esplorare il territorio e sintonizzarsi sul tempo che lo attraversa

Con questa terza ed ultima parte di questo Articolo, vorrei richiamare la vostra attenzione sull’importanza dell’essere presenti, sia al tempo che a sé stessi.
“Con la nostra presenza, col nostro modo di essere, ci rendiamo testimoni del tempo presente. Con le parole e le opere costruiamo il mondo”.
Ognuno a suo modo, tutti noi cerchiamo costantemente di migliorare la nostra vita, di adattarci al presente. Purtroppo lo “Spirito del tempo” attraversa una fase di annichilimento,è testimone dello svilimento dei nostri principi e delle nostre iniziative. Credo si tratti di una forma di “inquinamento del pensiero” che attraversa l’aria, anch’essa contaminata da una coltre di apatia. Di fronte all’annichilimento del reale, persino la fantasia soffre.
La memoria sembra imbambolata in un eterno presente. Le idee sembrano ristagnare in superficie. Siamo più “assopiti” che distanziati; cioè che, se ci incontriamo, magari siamo persino imbarazzati e non sappiamo che dire. Ecco.
Oggi sono qui per voi, per alimentare un risveglio. Troppa letteratura e poca “anima”. Assenza nella presenza. Troppe nozioni che rimangono ferme nelle pagine, pronte ad essere lette quando si vuole, ma ferme nello stesso spazio, nello stesso luogo “desertico”, nello stesso tempo “sospeso”. Bisogna viaggiare, anzitutto con la mente, lasciarsi trasportare dalla fantasia e dai buoni ricordi; non per lasciarli chiusi negli album, ma per rinnovarli, per “rileggerli” insieme.
La Mappa non è il Territorio. Questa è una definizione ampiamente condivisa dagli studiosi di Semantica. Gli oggetti che percepiamo e la rappresentazione che facciamo di essi non sono la stessa cosa. Ciascuno di noi si forma una propria mappa, o modello. E’ importante però conoscere le mappe altrui, per interagire efficacemente con gli altri .
Avremo modo di parlarne ampiamente attraverso i dialoghi futuri.

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